Lettera di Fabio Zuffanti a "La Stampa"

Gentili Signori,

 

Mi chiamo Fabio Zuffanti, sono un musicista genovese che da più di 15 anni

lavora nell'ambito del progressive rock. Sono diventato con gli anni una

figura di spicco nel panorama internazionale della musica prog e sono molto

conosciuto all'estero (specie in Usa, Messico, Francia, Spagna, Portogallo).

I miei dischi si muovono in un mercato di nicchia che permette loro di

vendere discretamente e di farmi realizzare diversi tour nei luoghi sopra

citati.

A parte i lavori nell'ambito del prog ho realizzato dischi di musica

elettronica, sperimentale, pop, folk e colonne sonore di vario genere.

Questa è la mia bio su Wikipedia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Zuffanti

 

Purtroppo in Italia non mi conosce quasi nessuno.

 

Scrivo questa lettera perché sono indignato con un certo modo di vedere la

musica in questo paese. Nulla che riguardi la famosa crisi economica bensì

un atteggiamento chiuso e fascista, favorevole solo ad un certa 'casta' di

personaggi.

 

Ecco la mia lettera:

 

 

L'altro giorno ero al supermercato e tra zucchine, caffè e cioccolata sento

in sottofondo della musica. Musica proveniente da una radio. Bene , sono

stato mezz'ora in tal luogo e in mezz'ora ho fatto in tempo a sentire tre

canzoni di Elisa. Cosa c'è di strano? qualcuno si chiederà. Nulla,

assolutamente, se non il fatto che non si stava ascoltando un cd completo di

Elisa bensì la radio. E in tal radio (o diverse radio, forse hanno fatto in

tempo a cambiare stazione) Elisa merita non una, bensì tre canzoni nell'arco

di trenta minuti.

 

Faccio poi spesso un esperimento; guidando provo ad accendere la radio. Che

succede? Succede che in qualunque giorno e ora mi sintonizzi se faccio un

giro tra i canali trovo INEVITABILMENTE:

Un pezzo di Ligabue

Un pezzo di Vasco

Un pezzo di Ramazzoti

Un pezzo di Jovanotti

Un pezzo di Zucchero

Un pezzo di Laura Pausini

 

+  a ruota pezzi dei vari concorrenti di Amici e/o X-Factor.

 

I supermercati invece prediligono Elisa, come detto, visto che cose analoghe

a quanto sopra descritto mi sono capitate diverse volte, anche in vari

centri commerciali.

 

I soliti benpensanti continueranno a ripetere 'E allora? Quelli citati sono

gli artisti musicali più famosi in Italia e meritano uno spazio particolare

all'interno della programmazione radiofonica!' Giusto! Ma è giusto che tempo

e promozione vadano SOLO a beneficio di questi? E' giusto che se io voglio

ascoltare la radio debba ritrovare SOLO canzoni sentite e strasentite di

questi signori?

E infine, è giusto che i 'direttori artistici' (lo metto tra virgolette

perché di artistico in radio non c'è molto) delle più importanti stazioni in

Italia IMPONGANO solo musica dei suddetti signori? Non vi sembra un

ciccinino fascista?

 

Perché parliamoci chiaro, io sono un appassionato di musica a livello

maniacale, leggo riviste, cerco su internet, mi informo. E quando mi piace

qualcosa la compro e faccio di tutto per scoprire cose nuove e territori

musicalmente inesplorati. Ma nella persona 'normale'? Colui che magari

prende la macchina ogni giorno per andare al lavoro e accende la radio

oppure è in altre faccende affaccendato e mette la musica in sottofondo.

Cosa provoca il fatto di sorbirsi un panorama così ristretto musicalmente e

culturalmente? Null'altro che l'appiattimento, la non curiosità, il

livellamento verso il basso della sua cultura e curiosità personale.

 

C'è poi un altro discorso; chi come me fa musica da anni si vede

puntualmente negato uno spazio, radiofonico e televisivo, perché fa musica

'non radiofonica, non televisiva'. Anche qui: qualcuno mi spiegherebbe con

parole semplici ma convincenti chi ha deciso cosa è radiofonico e cosa è

televisivo? Perché TUTTI danno per scontate queste 'regole' come se le

avesse scritte il Padre Eterno su lastre di pietra e nessuno fa nulla per

cambiare?

 

Io faccio musica da 15 anni, i miei dischi sono (per forza di cose) di

nicchia ma nella loro nicchia vendono, ho fatto concerti in tutto il mondo e

(soprav)vivo facendo musica. Perché a me deve essere negato il piacere di

fare conoscere il mio lavoro nel paese nel quale sono nato e vivo? Perché

non è radiofonica? Perché non è televisiva? Si ma in base a cosa????

Qualcuno me lo può spiegare?

No! nessuno ha la spiegazione. E' così. Punto!

 

Tutto questo mi ricorda tanto il periodo politico che l'Italia vive da 17

anni a questa parte. Personaggi che sono inchiodati alle poltrone e che non

se ne vanno nemmeno a cannonate. Con la musica è lo stesso. I Vasco, gli

Eros, sono lo specchio musicale dei nostri politici. Vecchi, senza senso,

noiosi ma sempre al top, sempre nelle orecchie di tutti grazie ai soldoni

che le loro case discografiche sborsano per farli passare costantemente in

radio e tv e fargli guadagnare barcate di soldi di SIAE. Però se si parla di

musica nessuno si sconvolge che le cose stiano così. Anzi, sembra un

sacrilegio parlar male di questi 'mostri sacri'. Ma in realtà chi sono? Cosa

hanno fatto di così importante? Elisa sta cambiando la storia della musica

italiana? No, è solo un'artista che fa musica piacevole. Ma anche io faccio

musica piacevole. Perché allora non posso avere la possibilità di misurarmi

sullo stesso piano di Elisa? Poi se vince lei perché è una bella ragazza e

le sue canzoni sono più orecchiabili ok, ma almeno avremo avuto modo di

lottare sullo stesso ring per difendere le nostre creazioni. Invece abbiamo

lei, e quelli come lei, da soli in una reggia intoccabile e noialtri poveri

scemi nel ghetto. A vita!

 

Questo anche perché le case discografiche con le quali incido i miei dischi

non ci provano nemmeno più a fare promozione in Italia. E ti credo! Tanto si

sa che le strade sono sbarrate. E lo sono, senza possibilità di appello. E

quanti giovani e non giovani in Italia meriterebbero spazio; I Giardini Di

Mirò, il Teatro degli orrori, Alessandro Grazian, I Mariposa e tantissimi

altri. Quanta gente che si sbatte, quante etichette. Un sacco di cose

culturalmente di alto livello e che all'estero ci invidiano buttate nel

cesso. Perché niente deve cambiare. Nulla! Ci devono essere solo loro, la

casta musicale.

 

Racconto un'altro aneddoto: Settimane fa guardavo in tv Anna Tatangelo alla

quale, durante un'intervista con Daria Bignardi, veniva chiesto cosa pensava

di Elio ad X-Factor. Lei rispondeva che era simpatico ma che lui e i suoi

ragazzi in gara volevano fare troppo gli strani, specialmente Nevruz che

aveva avuto l'ardire di presentare un pezzo degli Area in prima serata.

Tatangelo diceva che il pubblico serale della tv NON VUOLE certe cose e che

Elio & co. si dovevano ricordare del target di pubblico che li guardava e

proporre pezzi meno impegnativi.

 

Certo cara Anna! Facciamo fare loro sempre le solite quattro canzoni trite e

ritrite così tu sei tranquilla!

Io ho una teoria: Tatangelo nel momento in cui Nevruz ha fatto gli Area era

colta dal terrore. In primis perché gli Area non sa manco chi siano e poi

perché si è domandata nel panico: 'Cosa succederebbe se la gente che guarda,

il famoso pubblico televisivo al quale più di tanto non si può dare, perché

'non capisce', improvvisamente capisse? Improvvisamente volesse altri pezzi

degli Area? Improvvisamente dimostrasse di non essere così ignorante come me

e quelli come me credono e fanno di tutto per far credere?'

 

Lascio questa domanda di Anna in sospeso e dico solo due ultime cose per

finalizzare il mio discorso.

1. La gente, il pubblico, la massa, non è così scema. Se pensiamo che tutti

siano scemi allora sarebbe come dire che l'Italia è al 100% con Berlusconi.

Ma così non è, se Dio vuole. C'è una parte di Italia che capisce, che sa

cos'è la cultura, che ama il cinema, il teatro, la letteratura e capirebbe

anche la musica se qualcuno avesse l'accortezza di fargliela ascoltare anche

in radio e in tv. E ascoltare musica artisticamente di valore non solo fa

bene alle orecchie e al cuore ma fa crescere il senso critico, fa

intravedere cos'è l'arte. In poche parole ci eleva e ci fa fare delle

scelte.

Scelte che gente come Tatangelo e Berlusconi preferisce non avvengano perché

sennò loro sarebbero i primi ad andare alla gogna.

 

2. Lasciamo pure i Vaschi e Ligabue dove sono, ci mancherebbe. Ma invece di

dar loro il 100% dello spazio diamogliene il 60 e per il resto proviamo a

fare ascoltare dell'altro alla gente. Musicisti come me potrebbero fare

conoscere il loro lavoro, sarebbe più equo e giusto, ci sarebbe più

democrazia.

 

Non stupiamoci per le ineguaglianze che ci sono nel mondo se poi non

vogliamo altro che ascoltare la solita pappa pronta.

 

Grazie

Fabio Zuffanti

 

Articolo de "La Repubblica" sul Prog Rock del 9 agosto 2010

Repubblica — 09 agosto 2010 pagina 36 sezione: SPETTACOLI

ROMA Quaranta anni fa erano alieni. Capelli lunghi, lunghissimi. Jeans a zampa, camicie barocche. Una scintillante comunità di post-freak che attraversava il mondo a bordo della musica. Anzi, a bordo del rock. Progressive rock per l' esattezza. Sorprendenti accostamenti musicali, testi intrisi prima di fantasy e misticismo, poi impegnatie critici, il rock che cercava di diventare adulto. Genesis, King Krimson, Yes e in Italia Pfm, Area, Banco del Mutuo Soccorso, Osanna, Orme e decine di altri ancora. Una comunità la cui forza è ancora intatta, con moltissimi festival, centinaia di band in tutta Europa e in Italia addirittura un centro studi. E sul web una rete nella rete, con social network che straripano di pagine e discussioni su miti ed epigoni di una stagione musicale che non accenna a tramontare. Conservatorismo musicale? No, non solo: una declinazione del rock che si ostina a restare in vita. Digitare in qualsiasi motore di ricerca il termine " P r o g r e s s i v e Rock" è come iniziare a ruzzolare nella tana del b i a n c o n i g l i o . Google indicizza 16 milioni di pagine. E su Facebook piccole e grandi comunità - dai 200mila fan dei Genesis ai 20mila per la nostra Pfm - si scambiano informazioni sulle attività dei loro idoli e sui chi, oggi, riscrive regole e confini del genere. Perché il prog rock è vivo e vegeto? Lo abbiamo chiesto ad alcuni dei protagonisti di quella stagione. Steve Hackett, ex chitarrista dei Genesis non ha dubbi: «Perché continuiamo a comunicare, a ricercare. E a rischiare. La nostra musica è creativa, passionale. E l' oggetto del desiderio del pubblico è l' emozione. Chi ascolta musica vuole emozionarsi». Vale a dire: dimenticate Lady Gaga e affini. Dimenticate la musica come rapido e indolore oggetto di consumo. Nel prog ogni canzone è un' avventura, un viaggio rischioso. Una contaminazione. Questa è la parola che suggerisce Mauro Pagani, esordi nella Premiata Forneria Marconi, poi collaborazioni con De Andrè e una lunga attività come produttore nelle Officine Meccaniche, gli studi di registrazione che ha aperto a Milano. «La tesi del prog è molto semplice: l' origine di tutto non è sancita per editto, ma ogni linguaggio musicale ha la sua importanza paritetica alle altre». Ovvero: tutto può essere usato per fare rock. La musica classica come il blues, l' hip pop come il jazz. Per poi pescare da letteratura, pittura, cinema. Una libertà espressiva lontana anni luce dalle strade obbligate dei tormentoni, dei passaggi radiofonici, dalla «merce da banco preconfezionata che troviamo oggi in quel che resta del mercato musicale», sottolinea Pagani. E oggi il prog ritorna proprio perché «il mercato scompare, e con esso le sue regole e le sue costrizioni. E' la cosa positiva della crisi: chi suona lo fa seguendo le proprie inclinazioni, il proprio gusto». Come i milanesi Accordo dei Contrari, «autoprodotti, senza nessuna prospettiva se non quella di suonare la musica che preferiscono. Senza i limiti imposti dall' industria». E il mondo del prog ha infinite ramificazioni. Che dalle piccole manifestazioni di provincia portano diritte ai palchi delle maggiore rassegne europee. Un coacervo di nomi e sigle tenute insieme da un sogno: una musica totale capace di guardare alle proprie radici per andare avanti. E i numeri sono dalla loro parte. Basti pensare al successo che riscuotono anche i club come Stazione Birra o Crossroads, animati da Guido Bellachioma,ei piccoli festival nati nella profonda provincia del paese. Come l' Afrakà di Afragola, provincia di Napoli: 15 edizioni di fila, dueo tre settimane di concerti con una media di mille spettatori a sera. Lino Vairetti, voce degli Osanna e mente dell' Afrakà: «Il prog riemerge ogni qual volta si manifesta una crisi culturale, come quella che stiamo vivendo oggi». Non solo. Le stelle del nuovo prog stazionano, sempre più spesso, in cima alle classifiche. Come gli inglesi Porcupine Tree. Poi Muse, gli Oceansize. E, ancora: Mars Volta, After Crying, Moongarden. Tante le band più o meno influenzate dall' estetica prog. Come i Radiohead o i Sigur Ros. Gruppi che non sono la quintessenza del prog, ma che forzano i confini della forma canzone. Perchè, molti lo ricordano, non si tratta di scrivere "canzoni lunghe" con "testi epici", o di avere una particolare griglia di riferimento. Ciò che rende un pezzo prog è la fusione naturale di generi apparentemente diversi. E l' industria musicale, seppur debole, ha ovviamente, fiutato l' affare. La parte più consistente del lavoro delle major è la continua ristampa dei classici del genere. Da quelli che ha pieno titolo stazionano in cima alle classifiche dei migliori dischi della storia del rock - In The Court of the Crimson King dei King Crimson, Nursery Crime dei Genesis- agli oggetti del desiderio per appassionati, da Psychonaut dei Brainticket al Live on the King Biscuit Flower Hour di Greg Lake. Un flusso continuo di vecchi dischi che molti reputano pericoloso per la visibilità delle nuove band. Ma ci sta anche questo. Dopotutto si tratta di rock: figlio prediletto dell' arte e del mercato. © RIPRODUZIONE RISERVATA - CARMINE SAVIANO

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